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L’Appennino tra Vie Crucis e ponti tibetani

Già ho avuto modo di tuonare con un precedente articolo sulla questione del ponte tibetano in Sellano, inaugurato in pompa magna sabato scorso.

Forse sbaglierò, ma ritengo che non sia questo il modo per valorizzare la montagna dove si snaturano i luoghi in funzione di un turismo mordi e fuggi che non lascia speranze a chi fatica sui campi o sui pascoli del nostro appennino.

Emblematica è la questione di Rasiglia, massacrata da orde di fedeli del consumismo neanche intellettivo che hanno reso tale bellissima località un luogo non luogo che ha perso la sua identità in funzione di negozietti di souvenir e piccoli ristori che offrono le stesse cose in tutte le località turistiche italiane.

E Rasiglia è ad un tiro di schioppo da Sellano che spera di beneficiare di quest’onda lunga commerciale che svilisce la bellezza del paesaggio incontaminato.

Ora sappiamo che i miei connazionali sono modaioli e sostanzialmente non ragionano su quanto vanno a porre in essere perché l’importante non è ragionare sui motivi culturali (pochi) ed economici (molti) per cui è stato costruito tale ponte, quanto farsi un selfie sul ponte stesso e postarlo sui social a testimonianza di una omologazione becera che è la gabbia del pensiero libero.

In realtà la questione è ben più complessa e tendente a dare il colpo di grazia ad una economia traballante – a scapito dei pochi imprenditori commerciali – e basata sulla pastorizia e sulla coltivazioni che saranno ulteriormente minate dalle numerose pale eoliche che sono in procinto di essere poste in opera, con particolare riferimento ai Comune di Gualdo Tadino, Nocera Umbra, Valtopina e – in parte – di Foligno.

E svilendo la tradizione che rimane però viva con le processioni che si sono svolgono il Venerdì Santo, su cui tornerò dopo.

Nulla di più terribile, infatti, che l’economia cittadina si trasferisca armi e bagagli in montagna in quell’ottica di una guadagno ipoteticamente facile nella vendita di prodotti a basso costo e alto profitto approfittando della notoria coglioneria dei compatrioti.

Non per nulla viene anche reclamizzato il “lago di Lochness del Sellanese” che ha un nome che mortifica l’udito al pari di Rasiglia “piccola Venezia”.

Ma per favore, siamo seri.

L’economia e le sorti del nostro appennino non possono essere ancorate ad iniziative commerciali di dubbio gusto anche in considerazione che passato l’entusiasmo iniziale del ponte, pochi si recheranno nel nostro Appennino, ma rimane indubbio che poi gli abitanti del luogo – quelli che non hanno attività commerciali o B&B di infimo ordine – rimarranno ancorati ad una fatica gestionale del quotidiano fatto di privazioni e di oppressione fiscale.

O essere oggetto di spocchia degli operatori commerciali.

Rimangono in capo agli stessi agricoltori o pastori, custodi della sacralità appenninica fatta di simboli e di totem oramai pagani, le Vie Crucis che hanno perso il loro significato di monito della sofferenza umana e di redenzione dal momento che anche queste stanno diventando lo specchietto delle allodole per avere un giorno di gloria evangelica ed economica.

E attirando i cittadini di pianura che non si spurgano da quel materialismo cosmico dei consumi in favore dello spirito appenninico che porta alla riflessione anche ammirando il paesaggio, svilendo il simbolo di una tradizione ancestrale destinata a rimanere in vita solo ad uso dei cittadini che non cercano la meditazione o la riflessione devota, quanto una partecipazione di facciata che si perde alla prima bestemmia per la pizza di Pasqua al formaggio bruciata.

E questo accade perché se da una parte, come diceva Pier Paolo Pasolini, c’è necessità di avere la borghesia che abbia il desiderio di consumi inutili per omologarsi agli altri, dall’altra la estremizzazione del materialismo capitalista svilisce il concetto di tradizione basato sul sacrificio, che non è solo di Cristo, ma di ogni uomo.

Sul punto giocano un ruolo fondamentale gli anziani ingobbiti sui campi e dalle mani artritiche e nodose come un ulivo stagionato per la trasmissione del sapere volto all’apprezzamento dei posti che devono rimanere lontani dai cittadini barbari che non hanno la benché minima percezione di cosa significhi vivere in appennino su frazioni di tre abitanti e con servizi che lasciano a desiderare in funzione di bus navette per queste Disneyland de noantri che creano flussi di cassa si cui la maggior parte della popolazione è esclusa.

Ne consegue che non ha più senso neanche la proposizione delle Vie Crucis proprio perché si è perso nel tempo il valore delle stesse di rievocazione di un dolore da cui non saremo mai redenti osservando il furgone del porchettaro che vede nelle stesse manifestazioni la sua redenzione.

In banca.

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