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Auguri a Baggio, scalatore di emozioni pure come Pantani

Oggi è il compleanno di Roberto, ma il 14 febbraio di venti anni fa moriva Marco, un altro mito del nostro sport. I due hanno molti punti di contatto. Vediamo quali

Roberto Baggio è nel calcio, come Marco Pantani nel ciclismo, un genio che segna un’epoca. Ci sono calciatori e corridori che hanno vinto più di loro, ma pochi vantano il medesimo impatto, a tratti mitologico, sul pubblico. L’entusiasmo che sono riusciti a generare in chi li segue è direttamente proporzionale alla loro rara sensibilità. Sono degli ispiratori, dei catalizzatori di emozioni, dei generatori di mode: pensate al codino con le treccine di Roby e alla bandana con la pelata di Marco come simboli che trascendono l’individuo, ricordate l’elegante dribbling del ragazzo d’oro di Caldogno ed il modo di danzare sulla bici dello scalatore del Mortirolo nato a Cesena, “la ferrea volontà da guerriero che lotta sul serio fino in fondo” (secondo il maestro Ikeda) del primo e la tenacia quasi disumana di andare oltre le possibilità fisiche del secondo, il fisico minuto, la corsa inarrestabile, l’eloquio essenziale, diretto e mai banale di entrambi, la promessa al padre e al nonno-ambedue amanti della caccia, i recuperi record dopo gli infortuni gravissimi (basti ricordare quello del 2002, Roberto torna in campo 77 giorni dopo essersi rotto nella semifinale contro il Parma in Coppa Italia il legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro, con lesione del menisco interno) e i pesanti incidenti (uno su tutti, Marco sale di nuovo in bici solo un paio di mesi dopo lo spappolamento della milza avvenuta nel 1995 in seguito all’ essere stato travolto da un’auto che arrivava in senso contrario).

Il divino e il pirata che tingono di universale il proprio sport, dormendo da piccoli l’uno con il pallone sul cuscino e l’altro con la bici di fianco al letto, cavalcano un sogno che sembrava impossibile. Baggio che punta il primo marcatore, facendolo fuori con una finta e, sull’arrivo a ritmo forsennato del secondo, sposta la palla, restando in equilibrio grazie al baricentro basso, sfuggendo alle morse avversarie con una finta, il movimento sull’altro lato e lo spazio aperto a puntare il gol mi ricorda tanto la capacità di soffrire di Marco, di rilanciare l’andatura ad ogni tornante, di alzare sempre di più l’asticella della difficoltà in una progressione continua fino a staccare completamente gli avversari, andando poi a vincere in solitaria. Pantani che recupera Pavel Tonkov in un duello memorabile a Montecampione nel ‘98 (vittoria che di fatto gli spalanca le porte per il trionfo al Giro) è pura poesia che va di pari passo con la caparbietà del pirata di mangiarsi l’asfalto. Dopo confessò: “Mi ero quasi rassegnato, poi a un tratto ho deciso di tirar fuori quel che mi restava: o salta lui, o salto io”. Quel quasi viene spostato sempre più in là con estrema lucidità come abbiamo visto più volte anche nella carriera del Raffaello del pallone. L’allenatore Jorge Valdano di lui dice: “Un talento libero, delicato, preciso. Tutti corrono, mentre lui frena; tutti giocano a memoria, mentre lui crea; tutti sono stressati, mentre lui resta freddo. In un mondo di centrocampisti che non ragionano, Baggio è il simbolo del calcio che ci piace”.

Candido Cannavò nel suo memorabile editoriale “Marc de Triomphe, l’orgoglio d’Italia nel cuore di Parigi”, uscito su La Gazzetta dello Sport il 3 agosto 1998, scriveva: “Marco vive da alcuni giorni in una sorta di trance da trionfo (…) è come se, raggiunta una nuova frontiera di vita, il Pirata stesse studiandone le suggestioni, il fascino e i limiti. Nel sangue di questo romagnolo ci sono globuli di saggezza, che agiscono anche quando lui incanta con gesti di temerario agonismo”. A queste parole che sottolineano giustamente la dimensione più poetica e cerebrale di Pantani collego quelle di Aldo Agroppi su Roby “nei suoi piedi cantavano gli angeli” e di Ronaldo il Fenomeno: “ho giocato con tanti grandi calciatori, ma nessuno è intelligente come Baggio”. Li unisce quel misto di candore, determinazione e serietà da anti-eroi allegri e malinconici in cui le metamorfosi dell’anima sono anticipate da un cambiamento nel look: dal famoso taglio al divin codino ai capelli rasati e orecchino del pirata. Come una trasmutazione alchemica, attraverso segni nazionalpopolari ed altri più intimi e personali, hanno tentato di accedere, per tutto l’arco della carriera, alla perfezione nella propria disciplina, superando i limiti, sia quelli fisici che esterni, grazie ad una forza interiore a tratti sovrumana.

N.B. A papà Florindo non sarebbe dispiaciuto vedere Roby in sella a una bicicletta visto che il ciclismo, più che il calcio, era la sua grande passione. Non a caso ha chiamato uno degli 8 figli, il più piccolo, Eddy in omaggio al “cannibale” Eddy Marckx che collezionò 65 vittorie di tappa (34 vittorie al Tour, 25 al giro e 6 alla Vuelta). Ricordo inoltre che a Caldogno è nato Marino Basso, campione del mondo su strada nel 1972, trionfatore del Giro del Piemonte nel 1969 e in 27 tappe nei tre Grandi Giri.

Fonti foto: lavocedeibrand, azzurridigloria.com e pintarest

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