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Da evangelizzatori a evangelizzati

In sostanza, dal punto di vista linguistico, evangelizzare significa convertire.

Nel corso dei secoli sappiamo al meglio come si sia contenuta la Chiesa per convertire popolazioni non cristiane con prese di posizioni alcune volte basate sulla Parola e altre e più maldestramente con le armi.

Spargere per il mondo la parola di Nostro Signore è stato sempre ed insieme un punto di partenza e di arrivo per una religione che ha nella misericordia (in linea teorica) il punto nodale della religione stessa con la non indifferente presa d’atto che spesso la misericordia stessa è stata disapplicata al fine di ottenere la conversione ottenuta a mezzo della spada.

Sul punto sembra quasi che ci sia stato una sorta di velato razzismo spirituale verso quei popoli pagani o animistici al solo fine di imporre la parola del Signore e svilendo il concetto di libero arbitrio ad esso connesso.

A farne le spese i popoli sudamericani sottomessi da quei galantuomini dei conquistadores e gli africani ed entrambi trattati come popoli primitivi.

Poi si sono guardati altri lidi, ma sempre verso Paesi che non brillano per economia forte come ad esempio il Bangladesh.

È sempre stata una gara con il proselitismo dell’Islam tanto criticato quando in realtà il Cristianesimo – in fatto di violenza impositiva – storicamente non è stato da meno e con il risultato che non si riesce a capire se il percorso spirituale del convertito si sia basato su un ragionamento interiore, su una omologazione o sulla paura, ma tant’è.

La forza trainante di idea di Dio in Occidente sta tramontando in funzione di un eccessivo pragmatismo che ha trovato nel dio denaro il nuovo totem da adorare e decretando la scomparsa di un mondo ancorato ai valori della terra e delle tradizione della gens italica laddove i contadini gli artigiani e i pastori seguono il declino sociale verso il baratro emotivo se non resistendo in qualche enclave appenninica con le loro processioni.

Ma la crisi delle vocazioni italiane è lampante e preti giovani ce ne sono pochini perché in molti preferiscono avere a che fare con tette poderose che con un ostia consacrata e quindi avere un altro tipo di amore, difficilmente sublime in entrambi i casi.

La mercificazione dei corpi e l’esaltazione dell’immagine da vendere è il mantra di una società al collasso emotivo e spirituale che lascia pochi spazi alla riflessione e alla ricerca di quell’io assoluto per entrare in simbiosi con il Creato e preservarlo dagli attacchi di un capitalismo eccessivo che sta distruggendo tutto, tradizioni comprese.

Resistono i preti anziani, sfiancati e sfiduciati a doversi dividere in varie parrocchie e assoggettati alla modernità della comunicazione che vede nella Chiesa come uno Stato a base di volontariato dove parcheggiare i pargoli nei centri estivi degli oratori per toglierseli dalle scatole durante la bella stagione a mezzo di attività ludiche che non sono certo di evangelizzazione anche subliminale.

E diventando Dio un dettaglio trascurabile e trascurato in funzione di un forzato divertimento sotto gli occhi di Cristo che scuote la testa in segno di disapprovazione, un po’ come il Signore di Don Camillo di Guareschi e il suo mondo piccolo.

Quindi lo svilimento a tutto tondo della Parola, già difficile da digerire perché basata sui sensi di colpa a prescindere e facendoci sentire sempre inadeguati agli occhi di Dio.

È una evangelizzazione che viene a mancare ad opera dei preti di origine italiana, ma che invece trova nuova linfa da chi è stato evangelizzato e viene in Italia a restituire il favore con preti di altre nazioni con il loro italiano spesso incerto.

Un Cristianesimo karmico che fa spalancare gli occhi su un colonialismo di ritorno su base spirituale.

Sono preti che provengono da Paesi poveri laddove non si capisce se il Cristianesimo è visto come la salvezza dello spirito o di salvaguardia di un posto di lavoro anomalo con un datore di lavoro che da scuotere la testa la sbatte direttamente sul muro chiedendosi dove ha sbagliato nel corso dei secoli.

Accade così che questo preti stranieri se urbanizzati diventano organizzatori di attività parrocchiali cittadine e – al contempo – il braccio operativo di quelli italiani anziani (compreso spazzare il sagrato), ma se appenninici hanno più libertà di movimento con uno spirito di iniziativa pauroso per cercare di entrare in sintonia con gli abitanti delle zone rurali che sono diffidenti per natura.

Ne consegue che le processioni con le confraternite in testa siano guidate da questi preti stranieri che paradossalmente – soprattutto i sudamericani che hanno una loro ritualità particolare – rinnovano la tradizione che sfocia in superstizione e simboli, facendo propria la tradizione appenninica stessa e salvaguardandola della attacchi edonistici.

Ne consegue che da evangelizzatori si è diventati evangelizzati e la tradizione viene salvata da chi poco la conosce se non imitando quella del proprio Paese di origine a cui idealmente si riallaccia e creando in lui un effimero piacere di ricordi della terra natia.

È la rivincita del terzo mondo depredato dall’opulento Occidente a mezzo della parola del Signore.

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