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Umberto Orsini, infinito come Ivan Karamazov

Fino al 22 ottobre, al teatro Vascello di Roma, un grande protagonista del teatro italiano, per la terza volta nella sua carriera, porta in scena a quasi 90 anni, l’ultimo e più profondo tra i romanzi di Fëdor Dostoevskij

Alzi la mano chi, tra gli appassionati dello scrittore russo, non sia rimasto folgorato da uno dei personaggi più inquietanti e controversi usciti dalla sua geniale penna: “Io sono Ivan Karamazov, il poeta, l’amante infelice, il malato di nervi … l’ateo supremo, il demistificatore, l’impenitente … e … soprattutto … una creatura incompiuta, senza un finale. Sono Ivan Karamazov e reclamo un finale. Esigo la mia sentenza!”. Alzi poi, ancora una volta la mano chi, tra i grandi estimatori di Umberto Orsini in tv e a teatro, non si ricordi delle sue performances nel fortunato sceneggiato televisivo di Sandro Bolchi e ne “La leggenda del grande inquisitore”. Ivan, in cui Orsini si è immedesimato quasi a sentirsi il sosia, viene descritto dall’attore in questo modo: “Negli anni successivi a quel primo incontro in cui gli avevo prestato le mie sembianze, ho sempre cercato di seguirlo, anche fuori dal contesto del romanzo, immaginando per lui una longevità e un finale che il suo autore gli aveva negato. Mi sono dunque preso la libertà di rappresentarlo come un personaggio che resiste nel tempo, e mi sono chiesto, e gli ho fatto chiedere, perché mai l’autore, il suo creatore, lo abbia abbandonato non-finito. E questo “non-finito” me lo sono trovato tra le mani oggi, come “in-finito”, e quindi meravigliosamente rappresentabile, perché immortale e dunque classico”.

Nel monologo, scritto in sinergia col regista Luca Micheletti, viene sviscerata la complessità dell’animo umano, in bilico tra il bene e il male, tra innocenza e colpevolezza, in un thriller psicologico fatto di delitti, chiarimenti, riflessioni etiche e una confessione tra le più emblematiche della letteratura mondiale. Chi meglio di Orsini, dalla duplice capacità del ritocco costante e della narrazione infinita, può affrontare tale complessità? Su questo doppio binario si dipana la sua recitazione secondo la visione di Luca Micheletti: “Il primo aspetto ha a che fare con la necessità michelangiolesca di entrare nel processo di plasmazione di un personaggio, senza mai accontentarsi di animarne una raffigurazione data a priori; il secondo pertiene invece al bisogno di appropriarsi di parti di sé e della propria invenzione attoriale, anche attraverso la minuziosa e mitografica riedificazione degli stessi episodi e degli stessi personaggi, in un racconto che poco a poco, con fine lavorio, corregge e scava, riforma e rinnova l’intuizione primigenia, senza mai smarrirne il nocciolo”. Ivan è un protagonista che si sottrae alla centralità, in quanto si rifrange in molteplici riflessi cangianti, così come esula dalla logica spazio-temporale. Per rendere a livello scenico questa coesistenza di identità plurime e osmotiche si è ricorso allo strumento del fonografo che diffonde le voci del passato o quelle più intime, mentre l’Ivan del presente cerca di sincronizzarle con le immagini mute della sua memoria intermittente. Nel bicchiere che Ivan si porta alla bocca non c’è l’acqua, simbolo dell’eterno fluire, ma la polvere, quella del suo animo incastrato tra un passato tormentato ed un presente dubbioso.

“Le memorie di Ivan Karamazov”, riassumendo palesemente nel titolo “Memorie dal sottosuolo” e “I fratelli Karamazov”, accelera il processo psichico di Ivan, scrutando tra le memorie del suo personale sottosuolo, portando al vaglio tutte le domande sospese per tentare una risposta. Dio e l’immortalità esistono? Se non esistono tutto è consentito e non è possibile una morale: “Non solo il crimine può essere consentito, ma addirittura riconosciuto come la via necessaria per uscire dalla condizione d’infelicità in cui si trova l’uomo che non crede! Tutto è permesso”. Ammettendo l’esistenza di Dio non è forse colpa sua non aver calcolato l’infima natura umana con la scusa della libertà e dell’indipendenza di giudizio? “Vi sono tre forze, tre sole forze sulla terra, in grado di vincere e incatenare per sempre la coscienza di questi esseri deboli che sono gli uomini e RENDERLI FELICI: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu hai rifiutato il primo, il secondo e la terza. E in tal modo fosti tu a porre le basi per la rovina del tuo regno e non attribuire dunque la colpa a nessuno se non a te stesso”. E se invece la libertà non portasse la felicità, ma generasse proprio il suo contrario? E se tutto diventasse chiaro solo al momento della nostra dipartita? Umberto Orsini coglie l’essenza di questa ennesima fatica teatrale, già grande successo di pubblico, ringraziando il regista in questo modo: “La vera vita degli uomini e delle cose comincia soltanto dopo la loro scomparsa”: è una frase di Nathalie Sarraute che ho inserito in questo spettacolo e che, in qualche modo, ne riassume il senso. Sono grato a Luca Micheletti di aver condiviso la mia passione per i temi che lo spettacolo sollecita, accarezzando la mia persona con grande cura e protezione. Come si conviene a due vecchi signori: il signor Ivan Karamazov e il sottoscritto”.

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