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Elogio della follia, tra debolezze e fragilità di una società che dimentica gli ultimi

In questi giorni sui quotidiani nazionali emergono notizie di ragazzi/ragazze che si sono tolti la vita per motivi squisitamente connessi a delusioni scolastiche o universitarie.

Sul punto sono intervenuti i grandi comunicatori della neuropsichiatria come Crepet e Galimberti che hanno tuonato contro un sistema marcio in cui evidenziano che la società respinge al mittente chi non è in grado di svolgere la propria prestazione o lavorativa o scolastica, laddove il suicida ha sostanziale vergogna di aver deluso le aspettative delle persone a lui care.

Si ammazza per un perfetto mix di amor proprio e vergogna, spesso collegati indiscutibilmente.

Questione delicata commentare, ma per la mia professione posso permettermi di evidenziare alcuni aspetti.

Menandro, aforista e commediografo greco del IV secolo avanti Cristo, affermava che moriva giovane chi era caro agli dei, lasciando intendere che gli dei stessi – anche un po’ stronzi – toglievano la vita ai giovani al culmine della loro esuberanza e bellezza anagrafica per farne il sollazzo dell’Olimpo.

Quindi un problema antico in cui si sono andati a sovrapporre altri pensatori più o meno discutibili sulla morte di un giovane o del suicidio in genere.

Nel corso dei secoli, in una sorta di neopaganesimo,la morte non era considerata un tabù non tanto perché era un fine vita terrena, ma un nuovo inizio di gloria eterna per i guerrieri che ne facevano un vanto al punto che il morire in battaglia era ed è considerato un must da parte di pensatori di destra (folli) nel binomio guerriero= eroismo.

Quindi avallando una emerita scemenza sulla base di un concetto astratto – quasi onirico – di una morte bella in battaglia.

Ora, al di là che la reputo una enorme idiozia avallare tale pensiero non tanto per credo cattolico quanto per un pungente pragmatismo, il giovane – secondo me – deve vivere spensieratamente la gioventù e reputando chi aspira al proprio sacrificio sull’altare di un ideale tradito (di cui agli altri poco interessa) una vera follia, e offrendomi lo spunto per riflettere sul concetto del suicidio ai giorni nostri.

La follia per me è insita nell’uomo sin dagli albori della civiltà e sta alla società gestirla in maniera più o meno efficace in quanto, il più delle volte, il problema si potrebbe risolvere con la comunicazione e il valore della parole per scardinare il male oscuro che è la malattia dell’epoca moderna: la depressione.

Abbiamo esempi di grandi letterati che alla fine si sono ammazzati (Primo Levi, Hemingway, Mishima e tanti altri) come gesto estremo di una depressione mal gestita in cui la carenza di comunicazione vera ha portato a gesti inconsulti perché tutto ammantato di solitudine vera.

Sul punto si inserisce prepotentemente la legge Basaglia, inattuata e mortificante, che 43 anni fa fu la svolta di fondo avanti alla follia in cui non si curava più la malattia, ma si curava la persona chiudendo i manicomi e promulgando i trattamenti sanitari obbligatori elargiti con una facilità disarmante.

E il più acerrimo nemico della legge Basaglia era Mario Tobino (1910-1991, neuropsichiatra e scrittore di grandissimo calibro) che ebbe a dire: “I matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine”.

Quindi a ben vedere, uno scollamento tra il vissuto, la carenza di una prospettiva di un futuro senza patemi d’animo e il dolore attuale che porta le persone fragili nell’abisso nero nel silenzio di altri distratti.

Perché si è fragilissimi tutti e ci si muove raramente in modo da poter trovare in se stessi punti di forza per andare avanti a mezzo di una idealizzazione di un domani fatto di sorrisi e luce e non di lacrime represse e nebbie.

E quando prevale quest’ultimo sentimento, la strada è segnata e non se ne esce più . Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano affermava Samuel Beckett(drammaturgo 1906-1989).

La morte viene vista quindi come unica via di fuga al dolore che attanaglia chi vuole porre in essere il gesto estremo che non sancisce più l’eroismo del guerriero, ma la sconfitta dello stesso nella battaglia più importante: relazionarsi che il sé anziché con l’io.

Perché questa è la vera sfida che sancisce il fallimento anche della società moderna silente avanti a chi ha le fragilità più o meno visibili.

Non per nulla, quando si parla di persone ai margini di se stessi e quindi della società, si usa il termine invisibili che rimane una parola terribile, ma che ha forti criticità.

In un mondo in cui si ha ansia da prestazione per essere competitivi nel mercato se non addirittura nelle emotività, quando si prende coscienza che non si arriva ad esserlo, si preferisce abbandonare il campo lasciando gli affetti più cari un tourbillon di sentimenti che vanno dai rimorsi di coscienza nel non aver capito le difficoltà altrui allo stupore di una assenza verso il suicida.

E creando quella filiera di depressione che viene accentuata avanti al grande punto di interrogativo dei nostri giorni: perché?

Ne consegue quindi che la società malata di protagonismo è avulsa da un sentimento reale di tutela della fragilità in cui i soggetti che ne soffrono non sono più utili alla società stessa – o almeno pensa così il suicida – che rimane sorda al vortice di passioni negative che nel suicidio trova la massima espressione e simbolo estremo di un messaggio terribile di presenza quasi malvagia nel cuore di altri con un ricordo di ciò che poteva essere e che non sarà più.

Mordi e fuggi è un mantra valido per tutte le stagioni in cui non ci si ferma a riflettere o non si ha voglia o addirittura non si ha la sensibilità di comunicare tra persone perché l’egoismo regna sovrano essendo tutti ego riferiti.

E quindi accade che se un ragazzo o ragazza si suicida per scarso rendimento universitario (per esempio) ne consegue da una parte che il sistema lo ho rispedito al mittente per carenza di prestazione e dall’altra che il sistema scolastico ha fallito perché non ha verificato il percorso di passione del candidato all’esame quanto la sua preparazione.

Il compito principale nella vita di ognuno è dare alla luce se stesso affermava Erich Fromm.

Un visionario inascoltato.

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