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sabato, Giugno 15, 2024

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Che mondo sarebbe se non esistesse il Natale?

Lo scorso anno scrissi un pezzo sul Natale dal titolo “Natale del Redentore”.

Ora, al di là che sono dislessico e quindi ripetitivo, non vedo perché, avvicinandosi la fatidica data, io non debba tornare sull’argomento, ma con uno spirito diverso altrimenti si diventa oltre modo noiosi.

Ho immaginato che non esistesse il Natale e la sacra data.

Più volte ho affermato che il Natale ha perso quel minimo di spiritualità a favore di un consumismo sfrenato con un processo irreversibile che trova in me il classico padre che si svena economicamente per accontentare i propri figli e segno emblematico di una contraddizione di fondo dura a morire.

Ma d’altronde, parafrasando Curzio Malaparte, mi sento un arcitaliano con tutti i difetti del mio popolo di riferimento in cui si predica bene e si razzola male come ad esempio la Ferragni e i suoi pandori.

Le mie contraddizioni non nuocciono agli altri, ma solo a me stesso che non riesco a trovare la quadra per quei rari momenti di pacificazione interiore che intenderei avere e che si perdono dietro alla prima lucina del presepe che non funziona tra mille imprecazioni.

Quindi la sera, quando la notte assale anche le menti più illuminate e il cuscino è il totem di un riposo eterno, ipotizzo se Gesù non fosse esistito e quindi nemmeno il Natale.

L’uomo, sin dagli albori, ha avuto in sé l’intimo segreto di trovare qualcosa di eterno per giustificare il passaggio terreno.

Ci si è persi davanti ai culti animistici primordiali, poi agli Dei e poi le grandi religioni abramitiche (Cristianesimo, Ebraismo e Islamismo) per ovviare a domande che si perdono nella notte dei tempi.

Se non si avesse fede, Cristo diventa un alibi anche dei nostri insuccessi perché, come affermava anche Renè Girard (1923-2015) e il suo desiderio mimetico quale imitazione – in soldoni – della vita di Cristo, il Redentore è la idealizzazione di un misticismo nascosto e a cui tutti noi cerchiamo di tendere e fallendo in maniera miserrima provocando in noi l’eterno senso di incompiutezza.

Di tutte le religioni abramitiche solo il Cristianesimo ha avuto un punto di svolta nella logica dei consumi e questo è pacifico dal momento che il Natale è sentito in maniera proporzionale alle disponibilità economiche per i regali natalizi.

Ne consegue che forse l’ultimo baluardo della tradizione sono i commercianti che vedono impennare il loro fatturato da metà novembre sino a metà gennaio quando poi ci sono i saldi che ci fanno sentire anche dei gravi coglioni.

Non ci sarebbero lucine e negozi agghindati in maniera pacchiana e i finti sorrisi delle commesse che alla terza domanda ti ucciderebbero perché sono stanche.

Mi viene in mente Cattelan e la sua installazione di papa Karol Wojtyła sdraiato su un fianco con il peso della Croce.

Ora, al di là che Philippe Daverio ebbe a definire Cattelan un ottimo vetrinista, cioè colui che arreda le vetrine dei negozi, rimane indubbio che l’opera sia innovativa e intrisa di provocazione non colta dai più.

Ma senza il Natale non ci sarebbe nulla se non un vuoto cosmico che andrebbe a mortificare quel minimo di misticismo a cui inconsciamente tutti noi tendiamo non accorgendocene.

Niente lucine, niente presepi affollati manco si stesse sulla striscia di Gaza per la densità di statuine e muschio manco se Gesù fosse nato in Finlandia con un piattume esistenziale che decreterebbe la morte in noi non tanto del concetto di Speranza di una vita eterna, ma l’illusione della stessa in un turbinìo di sentimenti contrastanti che culmina nel mistero della fede.

Sul punto gli atei, bontà loro, sono avvantaggiati nell’affrontare questo viaggio che diventa verso l’abisso se non si ha fede ma ciò non comporta inevitabilmente che gli stessi non abbiano misticismo, ma forse ne hanno di più per avere quelle risposte razionali che di razionale non hanno nulla e che trovano nel mistero della fede citato la punta di diamante di una illusione benefica e salvifica.

I giorni trascorrerebbero uguali senza soluzione di continuità e senza prospettive di un traguardo importante e che, nel bene o nel male, ha segnato l’esistenza dell’uomo.

Ne avrebbe sofferto l’arte pittorica a tutto tondo rendendo un miraggio il rinascimento e la conversione dell’uomo al bello estetico.

Le chiese non sarebbero state lo scrigno di bellezza e di aggregazione sociale intorno ad un ideale certo ma invisibile se non al cuore degli uomini.

La preghiera, la meditazione spirituale, sarebbe solo un concatenarsi di parole prive di significato e degne di un oblio spirituale che cozza con l’eterno dilemma.

Ma cosa ben più grave, non ci sarebbero i cappelletti in brodo e la galantina.

Ne consegue che il Natale, persi i valori, rimane solo una questione di simboli privi di significato e che finisce quando si smonta l’albero e il presepe.

Rimane quindi una sospensione spazio temporale di eterno che tramuta il nostro fanciullino di pascoliana memoria nel ben più cinico – ma amabilissimo – Charles Bukowski che sentenziò: “È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un Dicembre a luci spente e con le persone accese”.

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