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martedì, Maggio 21, 2024

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Viaggio in Turchia, tra Islam e progresso

Mancavo dalla Turchia da ben 35 anni quando feci un viaggio memorabile in tale meraviglioso paese.

Avevo un po’ di intimo timore non per la eventuale situazione politica interna derivante da ciò’ che si legge sui giornali in merito alla figura di Erdogan, ma per la prospettiva di delusione di vedere un paese regredito verso il pozzo nero dell’integralismo islamico propugnato da Erdogan stesso e svilendo il ricordo di antichi fasti.

Sbarcato ad Igoumenitsa ho preso la via Egnatia che altro non è che la prosecuzione di origine romana della via Appia che si ferma a Brindisi, porto di imbarco.

Percorrere la Egnatia verso Salonicco prima e Kavala poi, è stato entusiasmante per la bellezza del paesaggio greco in un perfetto mix di olivi, cipressi e tamerici con spunto di reminiscenze abruzzesi, ma a mano a mano che ci si avvicinava verso la Turchia, le prime moschee facevano capolino tra i tetti.

Sono entrato in Turchia da Edirne, dal nord della Grecia e crocevia di strade e tensioni vecchie tra Bulgaria (ex blocco sovietico) la Grecia e la Turchia (che ancora si stanno sulle palle vista la dominazione di oltre 400 anni dell’impero ottomano in Grecia).

Mi aspettavo tensioni alla dogana tra Grecia e Turchia, ma non ci sono state se non leggerissimi controlli, forse perché noi italiani siamo trattati sempre bene.

Edirne ci ha subito abbracciati e nello spazio di una manciata di chilometri siamo stati catapultati nel mondo turco e nell’Islam che culmina nella splendida moschea in periferia della cittàù ed ex scuola di medicina.

Contrariamente ai Greci per cui l’inglese è la seconda lingua e in moltissimi parlano anche italiano, i turchi sono tagliati fuori da tale comunicazione, ma lo spirito italico non demorde e si fa capire a gesti e si è tutti contenti.

Poche le donne con il velo, se non rarissime.

La preghiera del muezzin si è sentita per la città e ai Turchi non gliene poteva fregare di meno di smettere di lavorare e rivolgersi inginocchiati verso la Mecca perché grandi lavoratori.

Poi verso Istanbul, 15 milioni di abitanti che, permettetemi, erano tutti in automobile alla stessa ora.

Ma siccome sono abituato al Verghereto e allo snodo autostradale di Bologna, grandi difficoltà non le ho incontrate se non esclamando qualche sporadica bestemmia idealizzata nell’intimo a percorrere 22 chilometri della grande metropoli in 5 ore per arrivare in centro.

Per dire.

Ho dormito nella parte monumentale, tra la Moschea Blu e il Topkapi.

Uno sciame di turisti stranieri da paura e qualche italiano che preferisce l’Islam di New York a Dubai piuttosto che quello vero della Turchia, denotando che noi italiani sostanzialmente siamo modaioli, non viaggiatori.

Ora, non sto qui a parlare della bellezza dei monumenti che tolgono il fiato perché ve li guardate su Google o ci andate con uno dei soliti pacchetti viaggi dove viene programmata anche la pipì.

Parlerò brevemente dell’impatto emotivo che ho avuto.

La città è tutto un fermento di cantieri e restauri perché Erdogan in cuor suo vuole lasciare una impronta decisiva al pari del padre della Turchia moderna Kemal Ataturk i cui ritratti campeggiano in ogni dove.

E qui nasce la prima contraddizione.

A leggere i quotidiani nazionali sembra che Erdogan voglia riportare la Turchia in piena Sharia, la legge islamica, quando in realtà vuole alimentare il culto di Ataturk, laico per eccellenza, denotando che vuole solo imitarlo e ci sta riuscendo, anche se alle ultime elezioni politiche ha vinto per un soffio.

Ha fatto leva sulla fierezza del popolo turco e di ciò che è stato e di ciò che non è, alimentando quel nazionalismo estremo che nuoce gravemente alla salute e preoccupa l’occidente.

Ma quello che mi ha colpito invece che in una grande metropoli modernissima nell’aspetto, ma antica e nobile nell’animo, è che ho visto tantissime donne con il velo e con tutti quei segni distintivi islamici che mortificano la donna agli occhi di noi occidentali.

Ma è fonte di contraddizione perché contestualmente ho visto ragazzine con il velo per mano con amichette in minigonna e con i capelli azzurri e il piercing sul naso percorrere strade che sembrano Kenisgton Road che parte da Piccadilly Circus a Londra e relativi modernissimi negozi.

Dimenticandoci di stare sulla soglia della porta dell’Oriente.

Quindi mi domando: ma i giornalisti de noantri, quando parlano di Turchia ci sono andati?

Ora capisco che ai nostri quotidiani, tutti di sinistra, può stare sulle palle il fascio islamico Erdogan, ma certo è che la malafede regna imperante perché valutano i simboli (il velo) e non l’essenza di una società che sgomita per essere moderna.

Sul punto non si può accettare che ci sia un Islam politico che abbia avuto il sopravvento sull’Islam mistico e quindi iniziatico laddove non mi risulta che il Corano imponga il velo o altre emerite stronzate.

Ma è un problema vecchio: la interpretazione delle Sacre Scritture degli addetti ai lavori, sia che siano teologi cristiani sia islamici, interpretazioni che servono non per accostare al Dio di riferimento (che rimane sempre quello) quanto per controllare le masse al punto che quando un cristiano si converte all’Islam ed è impregnato di valori occidentali, denota che della Fede in genere non ha capito nulla seguendo solo un ideale antiquato che mortifica la ricerca dello spirito.

Rimane comunque di forte impatto emotivo vedere queste donne mortificate e sempre un passo indietro all’uomo e mi viene in mente qualche donna politica italiana che vedono nell’Islam come una cultura da valorizzare e da integrare con quella italiana.

Ci vivessero loro in Turchia con il velo.

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