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Don Milani e il monopolio del pensiero giusto

Si fa un gran parlare di don Lorenzo Milani(1923-1967), soprattutto a sinistra, quando si vuole parlare di un certo tipo di scuola e un certo tipo di visione di insieme di quelli che sono ai margini della società facendolo diventare un paladino di quest’ultimi e portavoce involontario e ingiusto di molti catto-comunisti, parola che è un ossimoro.

La storia personale di don Milani è articolata e complessa e non priva di scontri con la curia fiorentina prima e il Sant’Uffizio della Città del Vaticano poi che lo censurava manco fosse Zuckerberg di Facebook.

Da parte di madre era ebreo e veniva da una famiglia fortemente agiata e si convertì al Cristianesimo più per scelta che per paura di un crescente antisemitismo che sarebbe poi sfociato nelle famigerate leggi razziali (ad imitazione dell’alleato nazista), leggi che segnarono un punto di svolta in senso negativo del consenso al fascismo, come sosteneva lo storico Renzo De Felice.

Di don Milani ho letto tutto su istigazione di mio padre di provata fede antifascista e anti comunista e – se si legge Lettere ad una professoressa (1967) – si capisce che don Milani era alla vera ricerca dello spirito puro a motivo della Sua conversione.

E qui le cose si fanno interessanti.

Per cominciare Lettere ad una professoressa è stato considerato il totem della protesta studentesca del 68 de noantri, laddove l’esperienza della scuola di Barbiana con la scrittura collettiva e a tempo pieno rimane uno dei cardini irrinunciabili di una scuola che aveva nel termine I care (mi interessa, mi curo di te) il fulcro di un sentimento in contrapposizione al me ne frego fascista.

E questo basta per considerarlo un prete di sinistra facendo un peccato mortale perché non lo era.

Perché in cuor suo era contro tutte le dittature compresa quella di derivazione comunista.

Trovava nei figli dei contadini (in contrapposizione alla borghesia) quell’humus necessario al rinnovamento dello spirito e della Chiesa al pari di Ignazio Silone e i suoi cafoni.

Ed è il paradosso di un certo pensiero considerato giusto quando si parla di ultimi per essere considerati di sinistra, non cattolici come invece spesso è.

Infatti non è bastata l’analisi dei suoi scritti per togliergli quella etichetta che ingloriosamente gli è stata affibbiata dalla sinistra stessa appropriandosi di un idolo scomodo.

E tutto nasce da una contraddizione di fondo che ancora emerge ai nostri giorni che culmina con l’etichettare papa Bergoglio di sinistra.

In realtà – superato il mantra attuale del pericolo fascista – i sinistri o sono somari o in malafede e spiego il perché.

Tolto Gramsci e Giovanni Amendola, il marxismo è una teoria economica e sociale che ha come obiettivo principale la guerra ai ricchi mentre Le Sacre Scritture sono alla base di una religione che cura lo spirito in contrapposizione al materialismo (ora marxista ora capitalista).

Il mantra delle fratellanza e uguaglianza del Cattolicesimo è ben diverso da quello marxista laddove il primo è l’uguaglianza degli uomini al cospetto di Dio, mentre il secondo è al cospetto della società che sta portando il mondo ad una globalizzazione mortificante.

Di fatto don Milani combatteva il dogmatismo della Chiesa che stava perdendo lo smalto di coltivare le anime alla ricerca dello spirito e vedendo nella borghesia quel muro di resistenza al rinnovamento della Fede e per tale motivo apprezzato da Pier Paolo Pasolini che comunque era perplesso nel modo di scrivere del famoso prete.

Dall’altra parte, nello stesso periodo, Giovannino Guareschi (1908-1968) cominciava a scrivere con ben altro stile la saga di Don Camillo e Peppone che rimane il punto più alto di una ironia in funzione anticomunista che sia stato toccato in Italia, perché lo scrittore romagnolo era riuscito in maniera magnifica ad umanizzare il comunismo a mezzo del sanguigno Peppone, egregiamente interpretato da Gino Cervi nei celebri film.

Se si confrontano i due autori si possono trovare punti di comunione che sfociano nella critica alla egemonia della borghesia a scapito delle altre classi sociali laddove don Milani trovava il rimedio al decadimento morale e dogmatico nella ricerca dello spirito mentre Guareschi con il recupero – a sua insaputa – del concetto di tradizione e anche del Lambrusco.

Il punto quindi è questo e nasce da un malcelato concetto di rivoluzione innescata nel 1968 che rivoluzione – in senso strettamente tecnico – non è stata se non quella dei costumi e di avere dato una valutazione diversa a tante problematiche sociali, ma non aggiungendo nulla di nuovo a quanto già detto molti anni prima da D’Annunzio (insieme a De Ambris) nella Carta del Carnaro nel 1920.

Quindi, a mio parere, don Milani con la ricerca dello spirito puro, venne considerato quasi un eretico e emarginato da un certo tipo di Chiesa che si era persa dietro processioni, lumini e rosari senza comprenderne appieno il significato se non come controllo del gregge.

Questo combatteva don Milani e non capendo, i sinistri, il vero motore delle due profonde considerazioni e denotando una carenza di capacità di analisi degli stessi che sfocia nel folclore politico.

Ma è storia vecchia le contraddizioni e la malafede di una certa sinistra plutocratica e un po’ massona.

Pier Paolo Pasolini per la sua omosessualità fu espulso dal vecchio PCI e oggi invece assistiamo a vicende contrarie laddove se un uomo concupisce una donna viene additato come sessista o depravato e soprattutto non moderno.

Una confusione ideologica che a destra sfiora nel ridicolo nel vedere il ritratto di Che Guevara nelle sedi di CasaPound (un paradosso: Casa della sterlina).

Con don Milani la sinistra ha fatto suo tale personaggio ingombrante, ma al contempo riflessivo nella Fede, al pari di un Giorgio La Pira o di un Aldo Capitini, facendo intendere che sostanzialmente non ha capito nulla delle dinamiche evolutive di un pensiero spirituale che cozza con il pragmatismo del marxismo vecchio stampo.

Chissà cosa penserebbe son Milani il sapere che la neo borghesia progressista ne ha fatto un idolo indiscusso.

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