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Tra Caporetto e l’8 settembre del Pd

Non è un articolo in cui si parla o della prima o della seconda guerra mondiale, ma della situazione del PD all’esito della ennesima debacle elettorale recente.

Quando fu eletta la Schlein scrissi un articolo mostrando personali perplessità sulla nuova segretaria dal punto di vista politico e sostenni che si doveva attendere un po’ di tempo per verificare cosa avrebbe comportato il nuovo corso impresso dalla stessa.

Non mi sembra che le cose, in casa del Pd, siano andate benissimo alle ultime elezioni amministrative laddove la Destra ha fatto man bassa di vittorie anche in quelle che erano considerate le roccaforti rosse, cosa impensabile sino ad anni fa.

Quindi analizziamo cosa sia accaduto.

Si è avanti ad una miscela esplosiva di una serie di circostanze nefaste che fa si che il Pd si stia sempre più assottigliando, con il risultato che più si assottiglia e più si incattivisce gridando al ritorno del fascismo e tante altre belle amenità.

Da una parte la Schlein che – per dirla tutta – non dà l’impressione che appartenga al popolo, ma a quella upper class che l’ha messa lì per dare vigore non alle lotte operaie e salariali, ma a quel senso di élite culturale snob che culmina con la prima pagina su Vogue di questa ragazza, mica su Il Manifesto.

Sul punto non si riesce ad immaginare su tale rivista patinata un Berlinguer o un Luciano Lama, veri nemici dei padroni.

Ma questo è, con la differenza che è stata criticata dalla base operaia, difesa dai soliti benestanti che sono di sinistra per snobismo e non capendo che la distanza tra popolo e vertici del partito sia diventata siderale.

Vallo a spiegare ad un operaio della Colussi, delle Grandi Officine di Foligno o delle Acciaierie di Terni (forse attualmente la città più nera dell’Umbria) l’apparizione di questa ragazza che spende soldi per curare l’immagine spendendo un botto di soldi rispetto ad una Meloni che viene da quel popolo che dovrebbe avere in animo le tutele salariali e occupazionali.

Su questo si inserisce la pessima circostanza che i paladini di questa upper class televisiva, Fazio, Littizzetto, Annunziata e Saviano hanno lasciato la Rai – non cacciati, si badi bene – spontaneamente per svariati motivi che vanno da quelli economici dei primi due e politici degli ultimi due, con il solito risultato che gli altri abbiano gridato al fascismo per questa auto epurazione intellettuale e definendo la Rai TV del regime dimenticando che – un tempo – Rai3 era chiamata Telekabul.

Ed è un problema questo gridare al fascismo ogni qual volta non si sia d’accordo con le idee di una certa sinistra e questo lo vivo tutti i giorni sulla mia pelle da parte dei soliti caghini snob che – contrariamente a me – non hanno letto Gramsci, Luxemburg o Pier Paolo Pasolini per avere un quadro di insieme della deriva attuale del Pd stesso inarrestabile.

E quindi se vince la destra non significa che gli italiani lo siano, ma votano così per reazione alla perenne presa in giro di un partito che delle lotte operaie se ne sbatte bellamente le palle e puntando solo sui diritti LGBT, che sono sacrosanti per carità, ma non sono solo quelli da dover essere tutelati.

E l’operaio se ne accorge, si incazza e per reazione vota il contrario con il risultato che la upper class citata accusa gli operai e bassa borghesia di analfabetismo di ritorno nel votare a destra e svilendo qualsiasi idea riferibile a Gramsci o più recentemente a Pasolini diventando ogni elezione una Caporetto immodificabile verso Vittorio Veneto.

Non capisce la Schlein, forse perché consigliata male, che dovrebbe stare zitta o contare sino a 100 prima di parlare, come quando ha criticato il governo per l’alluvione recente in Emilia Romagna dimenticando che lei era stata assessore regionale del territorio di tale regione e non spendendo un euro per la messa in sicurezza del territorio sui 55 milioni di euro stanziati.

Con il risultato che l’operaio esclami nell’intimo questa è una folle o in malafede.

Un Pd che ha perso lo smalto di idee con un declino inarrestabile verso il nulla cosmico e cominciato con l’eliminazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori senza un’ora di sciopero e proseguito con la gestione della pandemia Covid dove il buon Landini della CGIL auspicava licenziamenti di chi non si fosse vaccinato.

Con il risultato che il lavoratore si è incazzato al cubo e guardato altri lidi, non perché di destra, quanto per il tradimento subito al pari dell’8 settembre.

Ne consegue, senza scomodare i grandi pensatori di sinistra che si rivolterebbero nella tomba, che gente come Ignazio La Russa viene considerato un politico di calibro quando in cuor suo deve comprimere malissimo il suo squadrismo fonetico pur non essendo un fulmine di accortezza per il ruolo che ricopre.

Perché se vince la destra non è per meriti propri ma per i demeriti di questo PD traditore di ideali su cui si può discutere sulla valenza o meno, ma sempre rispettabilissimi perché – appunto – ideali.

Invece l’unico collante a sinistra è diventato l’antifascismo con un livore che trova giustificazione in un celebre aforisma di Flaiano: i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli anti fascisti.

Mai frase è più attuale.

Perché, se ci fate caso, sono anni che non ci sono accenni a lotte salariali e di questo gli operai se ne sono accorti perché il Pd è troppo impegnato alla salvaguardia della lobby gay, non delle mamme lavoratrici.

D’Annunzio diceva ama il Tuo sogno se pur Ti tormenta.

Invece abbiamo un Pd che ha perso lo smalto del tormento e destinato – se non torna sui suoi passi – all’1% del bacino di utenza elettorale.

La strada è quella.

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