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Cold Case – Il delitto di Giorgia Padoan, tra false piste e prove raccolte male

La ragazza venne trovata uccisa nel suo appartamento il 9 febbraio del 1988

Il 9 febbraio 1988 viene ritrovato, nell’appartamento dove viveva, il corpo senza vita della ventunenne Giorgia Padoan.

La giovane abitava insieme alla madre, impiegata alle Poste e separata dal marito da una decina di anni, in un appartamento in via San Gottardo, a Torino, e frequentava la facoltà di Lingue all’università della stessa città. Le piaceva viaggiare, tanto che stava studiando per diventare hostess di volo, uscire la sera con gli amici, molti dei quali conosceva dalle scuole superiori, e andare in discoteca il sabato sera.

Quel giorno di febbraio è proprio la madre, rientrata in casa dopo la giornata di lavoro a trovare il corpo esanime della figlia sul divano del salotto. Allertate le forze dell’ordine queste si recano immediatamente sul luogo delitto e iniziano a fare i rilievi. Il cadavere si trovava sul divano di casa con i pantaloni tirati giù, ma senza alcun segno di violenza, le uniche tracce erano quelle intorno al collo, dalle quali tramite l’autopsia si sarebbe scoperto che la donna era stata strangolata, in un orario compreso tra le dieci e le undici del mattino, molto probabilmente con una catena da bicicletta che l’assassino si sarebbe portato poi via con sé. Il resto della scena, invece, presentava dei tentavi di inquinamento volti a sviare le indagini, come il fatto che l’acqua del lavandino fosse stata aperta e le manopole del gas fossero state girate.

Emerse subito come sicuramente la vittima conoscesse il suo carnefice, infatti a sentire i racconti dei genitori e degli amici, Giorgia era una persona molto riservata e che chiedeva sempre che le persone che andavano a visitarla glielo comunicassero in anticipo per telefono, inoltre il fatto che nel lavello della cucina c’erano due tazzine da caffè, probabilmente sciacquate dall’assassino per togliere le impronte. Gli inquirenti arrivarono alla ipotesi che la vittima aveva fatto entrare volontariamente il suo carnefice perché lo conosceva e che a un certo punto, probabilmente dovuto a una motivazione sentimentale, quest’ultimo aveva aggredito la donna uccidendola. Vennero subito interrogati tutti i suoi amici, in particolare i maschi che portavano scarpe di taglia 44, in quanto un’impronta di questa grandezza era stata trovata sulla scena del crimine ed era la prova principale, fino alla scoperta che apparteneva a uno dei poliziotti intervenuti, portando le indagini a un punto morto, nonostante per gli investigatori l’assassino fosse una persona di quella cerchia.

L’indagine venne riaperta venti anni dopo, quando ci si accorse di un elemento importante, risalente al 1988, che gli inquirenti non avevano considerato, la registrazione di una telefonata ricevuta dal padre della vittima, in cui un ragazzo, con una parlata caratterizzata dal rotacismo, chiedeva scusa per la morte della ragazza e prometteva che si sarebbe costituito tra pochi giorni. La registrazione venne sottoposta a una perizia fonico che risultò positiva con le registrazioni di un interrogatorio di un ragazzo, amico di Giorgia. Questi, negli ultimi venti anni era diventato docente universitario, si dichiarò cardiopatico e quindi incapace di sostenere un interrogatorio, ma si mostrò molto collaborativo producendo un alibi, una busta paga che lo dava sul luogo di lavoro il giorno dell’omicidio e il fatto che essendo omosessuale era impossibile applicare nel suo caso il movente sessuale. Non avendo raccolto prove sufficienti per poter aprire un processo le indagini vennero chiuse e il caso lasciato irrisolto.

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