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La festa del papà e il disagio dei tempi moderni

Il 19 marzo è la festa del papà e molte scuole, da quel che ho letto, hanno deciso per tempo di non festeggiare tale ricorrenza per non creare discriminazioni.

Ovviamente da parte di dirigenti scolastici politicamente schierati che appartengono a quella consorteria che, per il gusto della battuta, afferma che – la festa del papà e di san Giuseppe – è il primo festeggiamento clamoroso di fecondazione eterologa.

Ora mi domando il perché la sinistra – che non vuole discriminare – lo debba fare verso chi crede in Cristo e al Mistero Divino credendoli deficienti e quale banda di accoliti.

Quindi un politicamente corretto a corrente alternata che svilisce l’ideale politico che dovrebbe essere alla base della sinistra: la tolleranza.

Alla base di tale distorto ragionamento c’è la considerazione che non si debba suscitare dolore o invidia (vedete voi) verso chi il padre non lo ha più e per non farlo sentire a disagio.

Lo trovo abominevole e spiego il perché.

Tralascio le questioni teologiche che non mi appartengono e se ne parlo mi incarto, ma se si tratta di analisi socio-politica qualcosina mi permetto di osservare sul punto perché è il mio lavoro che svolgo in maniera maldestra.

La festa del papà l’ho sempre festeggiata a scuola e avevo in classe due orfani di padre.

La maestra prima e gli insegnanti poi, con una certa dose di soavità e di grazia, cercavano di ovviare al dolore dei miei compagni di scuola, supplendo con particolari attenzioni affettive le carenze emotive quando si trattava della festa del papà.

Altra epoca e altri insegnati.

Ma quello che a me interessa è il percorso di crescita di un minore perché, nei fatti concludenti, chi elabora il dolore vero ne esce sempre vincitore e migliore e si diventa persone piene di grazia e dei signori nell’animo.

Questo perché il dolore è un percorso che rasenta la catarsi – dal greco κάϑαρσις – come elemento di purificazione dal dolore stesso.

Concetto caro ad Aristotele e Pitagora.

Ai giorni nostri, c’è un dibattito di questa deriva educativa in danno ai figli e i due super depressi Crepet e Galimberti, stanno cercando di convincere genitori senza bussola, come il sottoscritto tra l’altro, che il sacrificio e il “no” imposto ai figli hanno un valore educativo di non poco conto, dal momento che togliere ogni pensiero alla prole comporta inevitabilmente che si stanno crescendo dei debosciati che non fanno programmazione.

O, ancor più grave, non hanno stimoli per sognare un futuro radioso che deve essere insito nell’età che vivono.

Perché è il desiderio di ciò che non si ha che permette alla mente di sviluppare anticorpi ad una società edonistica oltre misura.

Questo perché nella società attuale i genitori non fanno quel salto di qualità per diventare autorevoli e guida della prole preferendo non avere noie con i figli e diventando loro amici con una sindrome di Peter Pan che sfocia nel ridicolo andando in discoteca con loro.

Il “piaciòne” Massimo Recalcati afferma che il padre contemporaneo, che non è più colui che sa cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma è colui che accompagna il figlio anche nell’esperienza del fallimento.

È pacifico che si deve assolutamente mettere i propri figli avanti a certi tipi di dolore per maturarli e non far credere loro che la vita sia tutta un mulino bianco, ma in realtà una costante guerra di trincea.

La sofferenza, infatti, è sempre qualcosa che serve a maturaci anche quando manca il punto di riferimento che è il padre perché si perde la qualifica di figlio e si assume quello di orfano maturando prima, rimanendo però figli per sempre.

Ne consegue che con la morte di un padre si perde anche l’età dell’innocenza e si è catapultati – a mezzo del dolore – in un mondo di ombre e suoni che non sono eterni, ma il volano per il risveglio verso le luce diventando uomini prima del tempo.

Per inciso, sono rimasto orfano di padre da giovane e capisco cosa si provi, ma c’è anche la considerazione che – con la morte di un padre – si ripropongono a se stessi gli insegnamenti del padre che si è avuti quando era in vita sia per senso dell’onore e tradizione e sia per non creare intima disconnessione nel ricordo del padre e non deluderlo.

Il non festeggiare un padre, secondo me, amplifica negli orfani questo distacco emozionale rispetto a chi non lo è, andando a sottolineare lo status che purtroppo è connaturato a molti e nella logica delle cose.

Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici, affermava il grande Khalil Gibran.

Ne consegue che non capisco nell’intimo questa pseudo delicatezza da parte di chi decide di non festeggiare a scuola la festa del papà che denota che non si ha a cuore la crescita dell’alunno, ma una idea politica che cozza con il sentimento.

Enea quando scappa da Troia porta sulle spalle Anchise, il padre, che tiene a sua volta in braccio le ceneri degli antenati.

Se si vuole dare una interpretazione alla Jacques Lacan (lo psicanalista francese) che rivoluzionò le teorie di Freud, Enea porta sulle spalle la conoscenza e il sapere che non doveva andare perduto.

I grandi poeti e letterati hanno sempre avuto una vita assai grama negli affetti e su tutti mi viene in mente Giovanni Pascoli, per me l’orfano per eccellenza, con la Cavallina storna un capolavoro assoluto.

E non mi sembra che siano divenuti disadattati, anzi.

La festa del papà è questo ed è valida anche per chi ha il padre di 90 anni affetto da demenza senile: un ricordo di antichi fasti e carezze certe e la voglia di non deluderlo perché il legame non può essere dissolto solo perché non si festeggia.

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