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Peppa Pig e la disforia di genere

Cosa c’entra un cartone animato e la disforia di genere?

Per cominciare analizziamo prima Peppa Pig. È un cartone animato britannico, discretamente brutto, per non dire insignificante e rivolto alle fasce di età di minori che ancora non hanno iniziato il percorso scolastico. In sostanza o stanno a casa o vanno all’asilo.

La disforia di genere è, invece, una condizione caratterizzata da una intensa e persistente sofferenza causata dal sentire la propria identità di genere diversa dal proprio sesso (fonte Istituto Superiore di Sanità).

In pratica tutte quelle persone, indipendentemente dall’età, che si sentono imprigionate in un corpo che non corrisponde alla sessualità emotiva e modo di pensare.

Ora, mentre Peppa Pig è uno dei tanti cartoni animati lontani anni luce da quelli a cui eravamo abituati noi ex ragazzi che guardavamo Walt Disney prima o Pixar adesso, la disforia di genere è uno status psicologico di nuova elaborazione e dando a tale difficoltà un nome clinico.

Un po’ come quando da ragazzi avevamo difficoltà a scuola a leggere, scrivere e far di conto e i nostri genitori ci sbranavano sino a quando, come per magia, fu dato un nome a tale svogliatezza: DSA, cioè i disturbi specifici dell’apprendimento.

Su tutto l’input devastante di trovare, il cartone animato, nuova linfa e nuovo pubblico con un episodio abbastanza discusso e non andato in onda, in cui si parla di due mamme e una figlia dato che, in caso contrario Peppa Pig non lo vedrebbe e ne parlerebbe nessuno.

Per cui, a mio modesto avviso, un’operazione commerciale sulla scia del politicamente corretto tipico del mondo bigotto anglosassone che ha negli USA l’alfiere di ciò con il movimento #metoo, salvo poi che alcuni Stati hanno la pena di morte.

Una Nazione dove è più grave una pacca sul sedere che uccidere un detenuto e viene preso da esempio. Questo è.

Rosa Luxemburg rivoluzionaria comunista, affermava che “il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose con il proprio nome”.

A ben vedere, quindi, i figli neomelodici della sinistra di oggi, che hanno come padre putativi l’inimitabile Gramsci e la modernissima Luxemburg, hanno tradito questo assioma che è il contrario del politicamente corretto, in virtù di un nuovo bacino elettorale e di consenso non propriamente basato sulla battaglia dei diritti civili e sull’etica di uno Stato rispettoso, ma in funzione di una globalizzazione del pensiero che ha portato alla società liquida di Zygmunt Bauman e non alla dittatura del proletariato.

Tutti la pensano allo stesso modo con una omologazione verso il basso che, se infranta, si viene additati come reazionari o addirittura fascisti.

In realtà il discorso Peppa Pig è per me abbastanza semplice.

Moltissimi studi di neuropsichiatria infantile hanno sancito che la sessualità di un bimbo rimane incerta sino all’età puberale, ma incerta non tanto nello scegliere se essere o avere l’atteggiamento di un altro sesso opposto al proprio corpo, quanto di presa di coscienza della propria identità sessuale in funzione delle propria piacevolezza al sesso opposto.

È dall’alba dell’uomo che ciò accade, ma poi con l’avvento del marxismo la questione si è fatta interessante perché, in virtù di una lotta operaia che stava dando i suoi primi frutti sulla scia del movimento operaio inglese e la necessità intrinseca di abbattere i padroni, nel XX secolo si è cercato di demonizzare la famiglia padre madre perché ordine precostituito e quindi – in soldoni – fascista.

E quindi, soprattutto dopo il maggio francese del ‘68, la famiglia è stata oggetto di scherno.

E sino a qui ci può anche stare in considerazione che sino a tale anno il padre spesso era padrone e la madre la colf figliante laddove l’altra parte politica oggi ritornerebbe volentieri ad un oscurantismo luterano sul punto in nome di una destra caricaturale.

I figli hanno acquistato, in seno alla famiglia, quel potere contrattuale che ha portato sì alla libertà, ma anche ad espressioni estreme delle stessa da parte di tutti con il risultato che – pensando tutti allo stesso modo – ma non vi sono più gesti liberi, ma solo prevedibili ed omologati.

E non più dadaisti morali e liberi.

Quindi, soprattutto negli ultimi tempi, se da una parte sono iniziate le battaglie per i diritti civili sulla scia del compianto Marco Pannella con il partito radicale al fine di tutelare chi era ai margini della società (gli omosessuali e le donne che abortivano di nascosto), adesso non si stanno tutelando i diritti civili, ma si stanno incentivando e promuovendo dubbi sessuali su bimbi disorientati e fertili ad ogni segnale che non tuteli la fanciullezza stessa che deve essere vissuta invece con serenità.

Se i dubbi sono il motore del mondo e contestualmente, una volta dipanati, un momento di crescita, non si capisce – se non in un’ottica commerciale – la necessità di creare in bimbi dubbi che ci possano essere altre realtà familiari al di fuori della loro in considerazione che – crescendo- avranno sempre il tempo di imbattersi in situazioni diverse con l’avanzare dell’età e trovare – nella maturità- la loro via maestra senza tanti sconvolgimenti prematuri.

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