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lunedì, Giugno 24, 2024

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Femminicidio, Codice Rosso e Legge Basaglia

Ennesima donna assassinata brutalmente da un apparente bravo ragazzo.

Forse, in un perfetto mix di esasperazione osservare che le donne muoiono per un nonnulla e la brutalità dell’uccisione con svariate coltellate, ha comportato che l’opinione pubblica ne è rimasta scossa più del dovuto.

Questo perché in rete girano le foto di Giulia che sembra una dodicenne e l’assassino ha il volto ipotetico di un nostro figlio.

Il dibattito è feroce da parte di tutti sui social con condanne a morte a prescindere, fine pena mai, pene dell’inferno, infermità mentale e via dicendo con la laconica conseguenza che la società si sta dividendo (cosa tipicamente del tifoso italiano) tra garantisti e forcaioli in un eccesso verbale e fonetico che in confronto Sgarbi sembra Tiziano Terzani.

In mezzo gli attendisti che hanno trovato la sponda nel Procuratore della Repubblica che segue la questione e che – al contrario di tanti – ha dimostrato con poche parole e ben concise, cosa significhino le garanzie costituzionali di difesa attirandosi gli strali anche di avvocati che vorrebbero la morte del reo o presunto tale e segno inequivocabile che quest’ultimi hanno studiato sulla Radio Scuola Elettra de La Settimana Enigmistica.

In molti danno la colpa al patriarcato demonizzando il maschio italico che, sul punto, si sta coprendo di ridicolo ora per paura di ritorsioni giudiziarie anche nel corteggiare, ora per il fatto di essere maschio e quindi un coglione a prescindere.

Logico che l’opinione pubblica faccia il suo effetto anche nelle aule di Giustizia perché non sono rari i casi in cui chi accusato di Codice Rosso (in sostanza maltrattamenti pericolosi che incutono stato di ansia nella vittima) entri in aula con una condanna che deve scrollarsi di dosso dal momento che – proprio sulla scia dell’opinione pubblica – meglio che si sia accorti prima che avvenga l’irreparabile come la morte di una donna.

Ma come in tutti i casi, si deve fare un distinguo dal momento che, spesso, il Codice Rosso è uno strumento di vendetta della donna trascurata e cornificata dal coglione di turno che non è stato accorto nei modi di contenersi facendosi scoprire e il legale suda sette camice per far emergere una verità sostanziale che cozza implacabilmente con quella formale degli atti.

Ne consegue che, con l’ennesimo omicidio, si dà più forza al Codice Rosso emotivamente a meno che ci si imbatta – cosa non rara – in giudici che sappiano vedere le cose d’insieme con un volo pindarico sull’intera questione e non soffermarsi sui dettagli.

Ma una parte politica si ostina a dire che il problema è il patriarcato imperante e tale considerazione denota che si fa confusione tra patriarcato e maschilismo e le due cose – per me – non sono strettamente e necessariamente collegate.

Il patriarcato in casa mia c’era e mio padre, del 1921, era uno di quelli che se solo avessi avuto uno sguardo storto verso una ragazza, passava alle vie di fatto spellandosi le mani a sonori ceffoni educativi.

Non sto qui a rammentare che nella via vita sia professionale sia personale ho avuto modo di incontrare persone e genitori perbene che poi hanno avuto un figlio che spacciava o delinqueva e con i genitori stessi che si chiedevano in cosa avessero sbagliato e rendendo vana la frase di Pitagora educa il bambino e non punirai l’adulto.

Logico che il problema nasce sempre dai modelli educativi, ma non sono solo quelli familiari, ma anche di una società alla deriva su cui Crepet ha sentenziato che non si debbano aumentare le pene, ma riscoprire i valori.

Impresa ardua e basta vedere il proliferarsi degli influencer anche su come si cucina una carbonara per avere un guadagno facile senza puzza di sudore ascellare per la fatica.

La maggior parte di tanti sentenziano che si devono valutare sempre i comportamenti del compagno, mai andare all’ultimo appuntamento chiarificatore (che nella maggior parte dei casi finisce con un vaffanculo reciproco e si tromba altrove), mai farsi controllare e via dicendo, come se tutte le persone avessero gli strumenti e la sensibilità di saper cogliere germi di follia nell’altro.

Quello che frega, infatti, è l’eterna illusione che non esista il male e che certi fatti colpiscano gli altri, ma dimenticando che il cinico Bukowski ebbe a dire che nell’amore la testa si deve perdere in due altrimenti è una decapitazione.

Frase profetica sotto ogni punto di vista.

In questo si inseriscono le falle del sistema sanitario, laddove le legge Basaglia è la grande incompiuta.

Sino a tale avvento si curava la malattia e dopo la persona.

Bene, bravi, bis.

Ma come? Aprendo i manicomi, sopprimendo la sanità di territorio e implementando i TSO (trattamenti sanitari Obbligatori) che sono facilmente elargiti solo perché il sanitario specialista non ha più pazienza di avviare una sana comunicazione con chi è in difficoltà e svilendo il valore della parola a vantaggio di un farmaco a lento rilascio e usando la via più semplice e senza rotture di scatole.

Ne consegue che non si ha la pazienza di affrontare il disagio anche mediante un’opera di sensibilizzazione tesa a rivolgersi ad un psicoterapeuta che dovrebbe essere garantito dal SSN (servizio sanitario nazionale) al pari del medico di base e glorificando quindi il mantra ossessivo di Woody Allen che ne fa sempre riferimento nei suoi film impregnati di ironia yiddish.

Ma da noi no, siamo ancora nella fase che se una persona va dall’analista gli altri lo additano come pazzo mentre, secondo me, è più sano di tutti perché riconosce le sue difficoltà gestionali ed emotive.

Un sistema sociale che ha fallito miseramente su cui la magistratura mette vistosi cerotti giurisprudenziali perché nessuno ha in mente di porre rimedio ad una difficoltà di fondo che ci accomuna tutti e che stritola anche i più miti.

La carenza di metabolizzazione di una difficoltà di qualsiasi tipo – se non aiutati bene – comporta che il cervello devi il suo cursus honorum dalla saggezza del proprio io con il risultato che poi – chi ha il cervello in briciole – o ammazzi qualcuno o si suicida.

Pochi rammentano cose ebbe a dire il mio adorato Khalil Gibran: Le anime più forti sono quelle temprate dalla sofferenza. I caratteri più solidi sono cosparsi di cicatrici.

Curare le cicatrici silenti è compito di uno Stato sociale.

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