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I santi, i morti e il senso del sacro alla prova delle zucche

Sappiamo che il 1° novembre ricorre tale festa come è altrettanto ovvio che è una festa che non ha più senso per una serie di questioni che sono facilmente intuibili, ma irreversibili.

Nella ricerca spasmodica di un capitalismo ecumenico si è perso completamente il senso della misura e della tradizione a favore di altre tradizioni anglosassoni che, entrate di soppiatto, hanno sostituito la tradizione de noantri a cui maldestramente ci siamo omologati con la festa di Halloween.

È tutto un proclama sui social tra chi è contento e chi afferma il principio Cattolico Romano di onorare i santi prima il 1°novenbre e poi i defunti il 2 novembre sino a proseguire sino al 4 novembre dove si commemorano l’Unità Nazionale e le Forze Armate.

Ma, al mondo d’oggi, mi domando che senso abbia festeggiare queste ultime tre date se non si hanno spunti di riflessione che non siano solo squisitamente polemiche in contrapposizione ai moderni che amano Halloween.

La tradizione dei Santi prima e dei defunti dopo sopravvive negli ambienti rurali- appenninici non contaminati ancora dalla modernità cittadina di vetrine con fantasmi e zucche colorate che sviliscono quel poco di sacro che rimane in ognuno di noi, ma che sta morendo per la logica del profitto che mortifica tutto.

Qui il problema è che non tanto si è perso il senso del sacro, ma l’occasione ghiotta di riflettere con un confronto con il sé e non con l’io che devasta spesso chi non ha gli strumenti di tale profonda analisi.

Le persone non hanno più voglia o non hanno più le energie per discutere con se stessi e nessun accenno di risveglio emotivo più assurgere a gloria eterna dello spirito perché il mercato non lo permette.

Perdono di valore le chiese, le pievi, i conventi che non sono più baluardi di fede, ma qualcosa che ingombrano la coscienza sopita alla necessità di riflessione e che erano amiche silenti (scampanio escluso) alla voglia del Mistero.

Le processioni, seguitissime nelle frazioni appenniniche, con il santo portato in spalla e la banda del paese, più che tentativi di invocazione per il raccolto buono o di evocazione di benedizioni per le greggi, stanno diventando un misero folclore ad uso degli anziani del paese, anziani che sono depositari di antica sapienza e che morti loro moriranno anche le processioni perché i giovani sono attratti da altre cose purché non sia spirito, ma la leggerezza di uno spritz.

Viene svilita da tutti quella misura esatta del sacro in virtù di un profano che rinnega i valori di una Italia che è stata sconfitta da un neoliberismo esasperante in cui si vale solo in base ai soldi che si posseggono e con un illuminismo sfiorito da tempo.

Se poi si aggiunge la festa del 4 novembre, giorno della vittoria della prima guerra mondiale, si nota che ha preso un diverso significato a seconda di chi faccia caso a questa festa, con una destra che rievoca i valori patriottici e del suolo italiano e con una sinistra che è pacifista a senso alternato (vedi Ucraina) e che vede nel festeggiare tale festa come una revanscismo del fascismo Meloniano, e quindi si capisce bene che anche tale data deve entrare nel dimenticatoio dei nostri cuori con buona pace di tanti cafoni,per dirla alla Ignazio Silone, morti per nulla.

Perdono quindi significato i monumenti ai caduti, le targhe commemorative, i lumini accesi nella notte come monito di preghiera di non essere dimenticati.

Si passa oltre ovunque, con un mondo occidentale sempre più globalizzato e con la tradizione che resiste solo in Africa o nei paesi dell’Islam e che per tali motivi meritano incondizionato rispetto.

Perché l’occidentale è debole non solo nello spirito, ma nella carne soprattutto quando si è avanti a salsicce ai ferri come valore aggiunto alla leggerezza.

Di conseguenza non si è più pronti al sacrificio, la speranza non trova più l’humus adatto per attecchire allo spirito e la parola giusta non viene più detta come simbolo di conforto delle avversità altrui.

C’è solo il desiderio di una sostanziale imbecillità globalizzata e colonizzata dal mondo anglo sassone.

Basti vedere la festa celtica a Colfiorito in estate per osservare ragazzotti che indossano kilt scozzesi e simulano combattimenti con spadoni al suono di ballate irlandesi.

A Colfiorito.

È un proliferare di iniziative che sviliscono il nostro modo di sentire e che hanno trovato, nei nostri figli che festeggiano Halloween, il ventre molle di una società edonistica per un verso e la carenza educativa di noi genitori dall’altra che piuttosto che far capire che si perde l’occasione per riflettere, si preferisce accompagnare i nostri pargoli alle feste organizzate il giorno prima e non avere rotture di palle a casa.

E Halloween è uno dei tanti prodotti anglosassoni che hanno colonizzato le nostre menti, ma, ahimè, anche i nostri cuori che appassiscono senza la preghiera verso un Dio qualunque.

Ma è colpa di chi dovrebbe inviare segnali diversi ai giovani, promuovendo la parola del Vangelo, del Talmud o del Corano come salvezza di un io che si è perso dietro la zucca di Halloween che diventa il totem silente di una sconfitta dei valori.

I lumini, accesi la sera prima del 1° novembre nei camini di casa o sui davanzali delle finestre evocano un ricordo sbiadito dei santi e dei nostri morti e di volti che sfumano nella nostalgia come la nebbia.

Perché ha vinto Halloween e il mondo anglosassone a scapito di un mondo mediterraneo che resiste solo in qualche festa patronale.

Feste, quelle nostre, che non dovrebbero esistere più per metterci il cuore in pace.

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