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Cenerentola e il sistema culturale italiano

Il titolo sembra un ossimoro, ma non lo è in considerazione che il Ministero della Cultura è sempre stato considerato un Ministero di nicchia dove parcheggiare i soliti parlamentari ignoranti in materia che pretendevano di far parte della compagine governativa in Ministeri ben più importanti e rimanendone delusi.

Il classico contentino.

Lo spunto di questo articolo nasce dalla notizia dei giorni scorsi in cui è stato fatto un bando nel Comune di Soriano Calabro, vicino a Vibo Valentia in Calabria, per direttore di un locale museo prevedendo uno stipendio di 500 euro mensili.

Un concorso che prevede, da parte dei candidati, la laurea Magistrale, il dottorato di ricerca e titoli.

In sostanza un candidato altamente specializzato che deve aver passato una vita sui libri a studiare per poi andare a percepire un compenso minore del reddito di cittadinanza.

Niente, fa già ridere così se uno avesse voglia di ridere quando invece la questione è drammatica e denota che – in realtà – il sistema culturale Italiano ha falle vistose ed incolmabili, confermando che siamo un popolo di buzzurri, con governanti scellerati e utenti cafoni che non si meritano la bellezza della nostra Nazione.

Philippe Daverio, in una delle sue puntate di Passepartout sulla Rai, ebbe a dire che se si volesse, con la cultura si mangerebbe.

Sì, pane e mortadella.

Perché in realtà chi gravita intorno a tutto ciò che è cultura vive di estremi stenti a fronte di responsabilità enormi.

Sono tutte persone che sbarcano il lunario e si reinventano ogni giorno per poter avere la possibilità di seguire un sogno, ma contemporaneamente non morire di fame o quasi.

Forse il problema nasce da lontano, da un atteggiamento psicologico in cui gli Italiani sono abituati al bello ma non si soffermano a riflettere su ciò che vedono se non con un occhio svogliato e quindi non capendo.

In Italia abbiamo tutto sia dal punto di vista museale che paesaggistico.

Basti considerare che abbiamo Pantelleria con i dammusi che si affacciano sul mare nostrum (il fanatismo degli antichi romani) e contemporaneamente le Dolomiti, ma tant’è.

Ma non lo ricordiamo, come non ricordiamo la enorme rete museale del nostro Stato che è sconosciuto ai più.

Per motivi lavorativi viaggio tantissimo nel nostro paese e al di là delle grandi città dove mi devo fermare per lavorare, mi accade spesso di fermarmi in piccoli borghi – ora della pianura padana ora degli appennini – in cui esistono piccoli musei di nicchia o diocesani che sono scrigni di bellezza.

Ma non conosciuti perché poco reclamizzati e gestiti, spesso e volentieri, da volontari depressi o impiegati a 3 euro l’ora.

Il problema nasce con i grandi eventi sponsorizzati con mostre tematiche che diventano itineranti a motivo del quale l’italiano medio preferisce andarvi più per moda che per reale voglia di conoscenza di un determinato argomento e per poi ripiombare nella atavica ignoranza che viene sopita solo per il tempo di una visita fugace.

I più arditi, semmai, comprano un catalogo dell’Electa non tanto per poi consultarlo, ma quale prova che sono andati ad un determinato evento.

Ma rimane tutto marginale ed effimero.

Perché la questione con cui ho cominciato l’articolo è la cartina di tornasole di un sistema che svilisce ciò che invece meriterebbe attenzioni diverse, ma purtroppo – solo in questo caso – non siamo francesi.

Perché loro almeno sanno come impostare un discorso culturale e come promuovere un loro prodotto.

Ho visto in vita mia opere d’arte buttate là a caso in musei sconosciuti improbabili ed improponibili, con ingressi gratis o ad offerta e ho sempre pensato che se si fosse stati in Francia la stessa cosa avrebbe avuto un risalto diverso e ottimizzato il prodotto esposto al fine di creare quella filiera di guadagno per una comunità.

Cosa impensabile in Italia a meno che ci sia qualche ragazzo animato di buona volontà che si danna l’anima.

Mi viene in mente la biblioteca di Annifo, vicino a Colfiorito e sotto il Monte Pennino, gestita da 30enni che stanno facendo rete di cultura che non sia solo lenticchie e patate.

Ma con i soldi loro e con l’intima speranza di aver poi sbocchi professionali e di occupazione per avere un salario che gratifichi tanta dedizione.

Ma se un direttore di museo, altamente scolarizzato, andrà a percepire 500 euro mensili per dirigere un museo, capite bene che si è ancora lontani anni luce per togliere quella marginalità del sistema cultura.

L’ex ministro socialista, il discotecaro e gaudente Gianni de Michelis, ebbe ad affermare “la cultura è il petrolio d’Italia, e deve essere sfruttata”.

Non rammento a me stesso tutti i piccoli e meravigliosi musei che ci sono sparsi per l’Umbria e che sono sconosciuti perché sarebbe solo uno sfoggio del sapere che può essere by-passato con la ricerca su internet .

Contestualmente non si deve dimenticare che quando si andrà a visitare – per esempio il museo della canapa a Sant’Anatolia di Narco – che chi vi riceverà ha (forse) lo stipendio di 3 euro l’ora e se direttore la ragguardevole cifra di 500 euro mensili.

Aveva ragione Hannah Arendt: “la società di massa non vuole cultura, ma svago”.

Ed è stata accontentata.

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