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L’inutilità punitiva del 41 bis

Fortuna che scrivo i miei articoli sotto pseudonimo altrimenti qualcuno mi verrebbe a cercare e ringrazio il mio direttore che è muto come un pesce, in considerazione che spesso vado contro corrente del politicamente corretto.

Cospito è un anarchico insurrezionalista condannato nel 2014 a 10 anni e 8 mesi per la gambizzazione di un dirigente della Ansaldo Nucleare.

Finito in regime del 41 bis dal maggio 2022, quando c’era al Governo Mario Draghi con l’appoggio del PD e della Lega, sta diventando un simbolo di lotta a tale regime carcerario che i penalisti italiani – a ragione – chiamano i murati vivi con uno sciopero della fame importante che ha il benefico scopo di attrarre l’attenzione su tale regime carcerario.

Il regime carcerario del 41 bis fu assemblato dallo Stato Italiano come risposta alle stragi di mafia di Capaci e via D’Amelio, purtroppo ben noti ai miei connazionali.

Per chi non lo sapesse il regime detentivo del 41 bis prevede 21 ore in cella da soli, contingentazione di TV e letture e un colloquio di un’ora al mese con i familiari e sorveglianza h24 e tante altre restrizioni che fanno rimpiangere – per gusto del paradosso – la pena di morte perché costa meno a tutti, detenuto compreso.

Carcere durissimo – degno degli stati totalitari del Sud America degli anni 70 o della “moderna” Turchia di oggi – che ha subito le censure da parte della Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo e che l’Italia sta bellamente disattendo.

E quindi nasce una prima considerazione sul sentimento europeista de noantri laddove ci rifacciamo all’Europa solo quando ci fa comodo e in altri casi ce ne sbattiamo senza battere ciglio.

In generale prendiamo a parametro le leggi europee e le sue indicazioni solo quando si tratta di logiche di mercato e di profitto, ma quando si tratta dei diritti civili calpestati in maniera più o meno subdola, facciamo orecchi da mercante e riaffermiamo la nostra pseudo sovranità.

La battaglia per la rimodulazione del regime del 41 bis è portata avanti da parlamentari di sinistra e da associazioni a tutela dei detenuti come “Antigone” o “Nessuno tocchi Caino” e dagli ammirevoli garanti dei detenuti.

Poco da parte dell’Unione delle Camera penali italiane o , quanto meno, non con la necessaria incisività per la riforma dello stesso regime carcerario da inserire nella scellerata riforma Cartabia.

In mezzo qualche avvocato animato di buona volontà che appena affronta il tema viene tacciato di essere di sinistra da tutti gli altri che non hanno capito la gravità della questione.

Infatti è solo un modo di vedere il pianeta Giustizia in cui si ha la visione onirica di un carcere educativo mentre è ancora solo ed esclusivamente punitivo.

I dati del Dap, magistralmente spiegati da magistrati e garanti dei detenuti con cui mi interfaccio e di cui ometto il nome per loro rispetto e in considerazione che poi si potrebbe capire chi sia lo scrivente, sanciscono che i detenuti mediamente dopo 3 o 4 anni di regime detentivo normale hanno i primi cedimenti strutturali della psiche.

Ora, il Codice Rocco, scritto in pieno ventennio fascista e tuttora vigente, rimane sostanzialmente un codice lungimirante quando codifica le varie incapacità di intendere e di volere del reo che portano alla assoluzione o riduzione di pena.

Un codice che prevedeva, da fascisti, un carcere a misura d’uomo, ma così non è stato perché – a mio modesto avviso – non interessa allo stato attuale a nessuno al pari dell’ambiente, tanto per fare un esempio.

E soprattutto non porta voti o consenso anche tra vari avvocati che incredibilmente sono alcuni anche per la pena di morte, segno inequivocabile che non dovrebbero essere nemmeno laureati in giurisprudenza perché non hanno capito nulla di ciò che hanno studiato e dovrebbero fare i commessi di negozio a Collestrada che forse sul punto sono più sensibili.

Antonio Gramsci disse “La condizione del carcerato storicamente si ricollega alla schiavitù del periodo classico”.

E tale pensatore, che sta lontano anni luce dal mio modo di vedere le cose, aveva però pienamente ragione.

Fatta questa noia di preamboli, emerge chiaramente che la battaglia sul regime 41 bis è sbagliata perché non è una battaglia di civiltà di uno Stato di diritto sbagliato, ma una battaglia per la visibilità politica che ha in Ilaria Cucchi la sua Giovanna D’Arco che – per la sua sovraesposizione mediatica – è arrivata sulle palle a molti e facendo diventare la battaglia stessa controproducente.

Ne consegue che viene svilita la battaglia stessa perché la presenza di tale onorevole a conforto di un Cospito porta visibilità a lei e non al regime carcerario per me inaudito e vedremo se – da parlamentare – farà proposte degne di nota costituzionali e i parlamentari della asserita destra siano illuminati piuttosto che fulminati a fronte delle proposte ipotetiche parlamentari sacrosante.

Certo è che il popolo non capirebbe o meglio, chiederebbe che a fronte di un reato ci fosse la pena di Giustizia, ma, salvo pochi eletti, attualmente nessuno si muove a pietà per i detenuti che stanno in batteria come polli di allevamento.

E alcuni polli stanno da soli con poco mangime.

Sarà forse che mi ha sempre colpito un frase emblematica di Charles BukowskiChe differenza c’è tra un galeotto e l’uomo della strada? Il galeotto è un perdente che ci ha provato”.

È inammissibile che uno Stato democratico usi tale terribile strumento del 41 bis che rasenta la tortura quotidiana e prolungata solo per evitare che – con gli sporadicissimi contatti esterni – possano delinquere per interposta persona.

Non vengono rieducati alla società e decretano il fallimento dell’Italia del ventunesimo secolo nel sistema carcerario vendicativo.

Ma non vedo all’orizzonte qualcuno che sia in grado di rimodulare tale regime orribile per la giusta rispondenza tra pericolosità e pena da espiare.

Tanto vale sparargli alla nuca, sarebbe più leale come vendetta.

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