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Le ragioni della diplomazia italiana in Egitto

Energia, clima, immigrazione e sicurezza alimentare sono i punti su cui rafforzare la cooperazione

Nei prossimi giorni è previsto in Egitto l’incontro tra il Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il suo omologo egiziano Mae Shoukry.

Energia, clima, immigrazione e sicurezza alimentare sono i punti su cui rafforzare la cooperazione con l’Egitto, un paese strategico per la stabilità del nord Africa.

La Madre del Mondo, come viene chiamato solitamente la terra del Nilo, ha una importanza crescente nel Mediterraneo alla luce di tre sviluppi principali: la scoperta del giacimento di gas che soddisfa la maggior parte del relativo fabbisogno egiziano da parte della società ENI, che questi giorni ha anche annunciato con un comunicato una nuova scoperta di gas naturale al largo della costa egiziana nel Mediterraneo orientale. Il nuovo pozzo si trova nell’area offshore di Narges, Egitto, per un’estensione di 1.800 chilometri quadrati; l’istituzione nel gennaio del 2019 dell’East mediterranean gas forum che spiana la strada affinché l’Egitto diventi il nodo regionale dell’Energia, compresi i suoi obiettivi di stabilire un mercato regionale del gas, sviluppare risorse e infrastrutture e approfondire il coordinamento e dialogo tra gli Stati membri; Edex Defence Expo, l’annuale fiera di armi più grande del Medio Oriente, tra i cui sponsor ci sono aziende italiane come Fincantieri (con il 72% di quote detenute dallo stato italiano) e Leonardo. Con oltre 20 padiglioni internazionali in cui oltre 350 aziende di difesa e sicurezza di 40 paesi presentano i loro prodotti e servizi, per tutta la durata dell’esposizione è il luogo perfetto per formare partnership; l’immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo. L’Egitto ha sottolineato il proprio successo nel prevenire la migrazione di immigrati clandestini dal suo territorio in Europa dal 2016. Allo stesso tempo ha sostenuto la necessità di aumentare la cooperazione tra i paesi del Mediterraneo meridionale e i Paesi nel Nord del Mediterraneo al fine di produrre una risposta integrata alle esigenze di mercato e lavoro nell’area.

Per tutte queste motivazioni è stato un bene che il presidente Giorgia Meloni abbia indicato un nuovo percorso da seguire nei rapporti con l’Egitto, partecipando alla COP 27, la conferenza delle nazioni Unite svoltasi a Sharm El Sheik il 7-8 novembre 2022.

Il presidente italiano è stato oggetto di molte critiche per via del caso Regeni, che ancora pesa nei rapporti parlamentari tra i due paesi. Diciamo subito che la prima regola non scritta della diplomazia prevede che il livello di ogni conflitto politico vada abbassato. Il che non significa affatto che si debba cedere ma molto più opportunamente che per ottenere qualcosa la controparte non debba sentirsi sotto attacco.

Del resto far piena luce sulla vicenda Regeni non è incompatibile con il corretto proseguimento di relazioni politiche, economiche e culturali tra due Partner come Roma e Il Cairo.

Non si tratta pertanto di far prevalere la ragion di Stato su una vicenda certamente grave rimasta irrisolta sul piano giudiziario. Si tratta di avere, invece, consapevolezza che lo scontro politico bilaterale sarebbe totalmente dannoso sia sul piano internazionale che su quello stesso degli esiti della vicenda di cui occorrerebbe chiedere conto anche alla tutor inglese del ragazzo.

Le regole diplomatiche che disciplinano i rapporti tra gli Stati sono stabilite dalla Convenzione di Vienna del 1961. L’articolo 41 della Convenzione di Vienna del 1961stabilisce che gli ambasciatori sono tenuti a rispettare le leggi dello Stato accreditatario e a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato.

Va tuttavia tenuto conto che specie in questi ultimi anni si è fatto strada il cosiddetto “Diritto di ingerenza umanitaria” che dovrebbe tuttavia far capo esclusivamente al sistema di sicurezza internazionale codificato dall’ONU.

Quando il Presidente turco aveva minacciato nell’ottobre scorso l’espulsione di dieci ambasciatori che avevano sottoscritto un appello perché Osman Kavala fosse rilasciato, si era appunto appellato all’art. 41 della Convenzione di Vienna. E la successiva dichiarazione dei dieci ambasciatori di volersi comunque attenere a tale articolo ha fatto rientrare la crisi.

Nel caso Regeni, il Governo italiano ha certamente diritto di esprimere la propria posizione trattandosi di cittadino italiano, mentre è invece discutibile sul piano politico la decisione assunta dal Governo Renzi nell’aprile 2016 di ritirare il nostro ambasciatore al Cairo.

Decisione poi annullata nell’agosto 2017 dal Governo Gentiloni.

Appare infatti evidente che le trattative bilaterali in proposito possono essere molto meglio sostenuta da parte italiana con la presenza e attraverso il nostro ambasciatore al Cairo che può tenere ogni opportuno contatto in via riservata.

Un conto è quindi il diritto/dovere dell’Italia di esigere chiarimenti sulla vicenda, un altro è l’esigenza assolutamente imprescindibile di mantenere strette relazioni politiche, commerciali e culturali con un Paese come l’Egitto, partner mediterraneo e solido alleato dell’Occidente.

Ben diverso è il caso Zaki.

Non trattandosi di un cittadino italiano, eventuali pressioni da parte di Roma sulla magistratura egiziana potrebbero configurarsi come ingerenza negli affari interni del paese. Che egli sia stato studente a Bologna non è significativo dal punto di vista delle regole diplomatiche.

Oltre tutto tale forma di ingerenza, e questo non vale certo solo per l’Egitto, rischia di ottenere proprio l’effetto contrario soprattutto considerando che nel panorama geopolitico Medio Orientale si ha a che fare con agguerriti competitor come Inghilterra, Germania e Francia.

Proprio la Francia, all’indomani del fatto accaduto, arrivò a Il Cairo sostituendosi all’Italia nei pre contratti firmati poi saltati col governo egiziano.

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